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Lavoro expat: come sopravvivere in un pub di Londra

Una cosa era certa, lei non aveva previsto di trasferirsi in quella città e neanche di servire la birra, che non beveva,  perchè all’età di undici anni le avevano diagnosticato una malattia rara in cui, tra le altre cose, non puoi ingurgitare roba col malto.
La cosa meno certa invece era quanto sarebbe durata, ma il colloquio andò bene. Su quel foglio stampato c’erano le sue due esperienze da camerira e un cognome italiano a fare da garanzia per un risotto alle zucchine pronunciato come si deve.
Infatti grazie a come pronunciò la parola risotto ebbe il lavoro.
Il giorno della prova arrivò stranamente puntuale.
Alla giornata di prova le affiancarono la russa, la russa si chiamava Anna, era un metro e cinquantaquattro in grambiule, coda alta e una faccia di chi lavora a Wall Street invece di servire birre a due clienti britannici.
Dicono che sono queste le persone che arrivano nella vita, quelle che qualunque cosa facciano hanno questa attitudine professionale.
In breve tempo imparò che nessuno le avrebbe spiegato niente per capire come fare a lavorare, avrebbe dovuto rubare i gesti, le mosse e le parole da chi lavorava lì.

Quando entrava c’era da sgattaiolare su per le scalette che salivano e scendevano giù in cucina, segnare l’ora di arrivo nello stesso foglio in cui avrebbe dovuto scrivere quella di uscita. Anna che era quasi seconda manager le disse che insomma, non era carino scrivere dodici e uno se invece eri arrivata alle dodici e quindici. Con professionalità glielo disse.
Il grembiule lei non se lo metteva mai, perché odiava omologarsi, però poi cambiò idea quando scoprì, qualche settimana dopo che ci poteva infilare le mance, nascondendole dagli avvoltoi.
Uno dei primi giorni Anna la portò di sopra, il di sopra era la sala del ristorante, per leggerle il manuale del pub, un plico di 30 pagine stampate come una tesi in cui erano elencate le regole del senso comune che caratterizzano la nostra società da quando è scoppiato il Big Bang.
Le regole del senso comune applicate a un pub: gentilezza, educazione, puntualità, igiene personale.
Quello che lei non riuscì a dire ad Anna era che mentre in Russia si sgattaiolava tra la neve lei era cresciuta in un hotel e le regole di buon costume con gli ospiti le aveva già viste applicare in tutte le salse, non le disse nulla anche perchè si divertiva a vedere mettere in scena  professionalità.
I primi giorni furono un disastro, immaginatevi di dover apprendere tutti i termini delle bevande, del bar e della cucina in pochi secondi, e soprattutto imparare ad ascoltarli. Al suo udito una mezza pinta di birra diventò un bicchiere d’acqua, i sacchetti della spazzatura erano da qualche parte nascosti in giardino, o in cantina? Tutti le scorte di alcolici erano giù nella taverna, vai a prendere il ghiaccio? Bisognava scendere con il recipiente vuoto e risalire con la schiena piegata in due. Il rotolo di carta della cucina, i fazzoletti del bancone, la ricarica di carta della macchinetta per stampare. I menù da cambiare due volte al giorno, le posate da asciugare.
In breve si destreggiò in questo inferno, districando la matassa.
Che soddisfazione! Quasi meglio del giorno della laurea.
Dom, che era in manager, di cui sarebbe stato opportuno parlare prima in quanto era una figura del tutto rilevante, la chiamava Shakira (lui aveva un soprannome per tutti) perchè probabilmente non sapeva pronunciare il suo nome o forse aveva notato una qualche somiglianza tra i due fondoschiena, uno che sculettava su un palcoscienico, l’altro tra i tavolini di un pub.
E’ roba grossa. Ecco, Dom aveva i capelli rossi, la pancia pronunciata, all’anagrafe quaranta anni, ma nella realtà poco più di quindici. Ed era evidentemente in cerca sia di una fidanzata che di un whisky.
Un giorno, durante la prima settimana di lavoro entro lei. Si chiamava Nora ed era di origine Bulgara, un metro e settanta, capelli neri, la frangetta sugli occhi e le Dr. Martens nere che strusciavano sul pavimento. Quando Nora entrava le chitarre dei Clash suonavano nell’aria.
Non era bella, ma aveva personalità e poi, sapeva lavorare in un pub: a differenza dei drammi Dom o della pesantezza di Anna, sembrava che a lei di quel posto non importasse nulla.
Lavorava con sufficienza e dava la giusta importanza alle cose: era un posto dove si vendevano birre.
Beh insomma, di Nora un po’ si innamorò e imparò che se c’era un problema, era lei la persona a cui chiedere.
A mano a mano diventarono amiche di occhiate sfinite e di shots di rum bevuti di trafelata lontane dalle telecamere. Quello era il massimo di vita sociale che potevi fare.

Se ne vedevano di personaggi.
C’era Neville detto Nev, lui arrrivava tutti i pomeriggi dopo le 2 pm, sempre solo e portava dei cioccolatini per tutti (inutile dire che Nev era il benvenuto!), si metteva al bancone e chiedeva una Peroni nel bicchiere di una Andams. Po c’era Ian con capello e mantello da ispettore di polizia, si metteva al bancone per passarci anche cinque ore, con quattro giri di Famous Grouse e un libro sotto gli occhi.
C’era anche quello che faceva i disegni, in un angolo del pub, ordinando sempre un mint tea. L’umanità era varia, ma anche noiosa e ripetitiva. A lei piaceva intrattenersi con i ragazzi della cucina.
Se lei si sentiva sfruttata allora loro erano gli schiavi dei campi di cotone.

Infine, da questa storiella potrebbero venire fuori ulteriori capitoli e capitoli. Resistette 5 mesi, fino a quando un giorno che stava incamminandosi a prendere la metro per cominciare la sua shift, scelse di non andarci più. Era luglio e il sole stranamente splendeva. Quando c’è il sole a Londra ti vengono in mente strane cose: tipo non andare a lavoro.
Ancora oggi si chiede se quel periodo sia valso a qualcosa.  La risposta è no, ma è sicura che Bukowski sarebbe fiero di lei.

 

I metodi di sopravvivenza:

  • sorridere, sorridere sempre o fare finta di sorridere
  • datevi un tempo sia che abbiate bisogno di praticare inglese, che di un lavoro temporaneo. Decidete che più di quel tempo non vale la pena. 3 mesi o 6 mesi che siano
  • fatevi amico il manager, se vi prende sulle palle vi sfrutterà in tutti modi possibili
  • fin dal primo giorno, non mostrate insicurezze con l’inglese altrimenti vi metteranno a fare i food runner, cioè quelli che camminano portando i piatti dalla cucina ai tavoli senza parlare con nessuno
  • se lavorate in un pub che fa ristorante il vostro obbiettivo sarà fare i camerieri. E’ lì che si prendono delle mance
  • se lavorate al bancone del bar non avrete mance, ma dovete esigere che a fine giornata vi sia data la vostra parte dai camerieri, credetemi i cameriri in Inghilterra fanno anche £50  di mancia al giorno. Dovete esigere che vi diano la vostra parte per avergli preparato le bevande
  • gli inglesi non sanno un cazzo di cibo e cucina e neanche di bevande o vino. Da italiani avete questo grosso vantaggio
  • non fate double shift: siamo ancora esseri umani
  • chiedete di essere nutriti

Ciao, sono una fotografa e web writer e vivo a Londra. Se mi cerchi mi trovi in riva al mare o in libreria.

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