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Ho scritto un romanzo: com’è passare dal racconto al romanzo

Perdonami se rido, Nativi Digitali Edizioni

Mi ricordo da piccola avevo un piccolo quadernino a quadretti e sopra ci avevo scritto un titolo: immaginavo che ci avrei buttato giù delle parole, una storia, immaginavo di scriverci un libro. A quel tempo non ne avevo le capacità, non le ho neanche adesso.
Però sono anche io entrata nel giro degli impostori, come tutti gli artisti o presunti tali.  Quelli che creano delle cose.
Spacciare qualcosa che viene fuori dalla nostra mente come opera d’arte è un’ assurdità, ma noi abbiamo la presunzione di crederci.

Era da tempo che cercavo disperatamente di scrivere un libro, intendo dire un romanzo.
Chi scrive lo sa: passare dal racconto al romanzo non è facile. Se nel racconto sei ancora lì in balia del flusso delle parole che scorre veloce, ti puoi permettere di credere ancora all’ispirazione, che gli appunti stracciati bastino, che cinque pagine di Word siano abbastanza per raccontare la storia di qualcuno. Se sei ancora lì, dicevo, quando scrivi un romanzo la prospettiva cambia, ti rendi conto che devi cercare un metodo, uno schema, devi fare a pugni col tuo io creativo e fare spazio a quello costante, sistematico. Il direttore di scena.
Esiste?
Nel mio caso non c’era, me lo sono tirato fuori a forza dalla voglia di scrivere qualcosa di più grande.
So che dovrò lottare ancora con questa direttrice della scrittura che sta dentro di me e mi deve assistere negli anni a venire, perché quello che ho scritto è solo un piccolo libro, ma è già un grande passo per me.
E’ la conquista di un rigore, uno schema, un inizio e una fine all’ interno di un turbinio di pensieri.

Non farò spoiler perché il libro esce tra poco, posso dire che è ambientato in Versilia e ci sono vari personaggi principali. 5 per la precisione. Posso dire che è un libro a tratti ironico.
In alcuni momenti ridevo mentre lo scrivevo, mi facevano ridere le mie stesse parole.

Era da tempo che volevo scrivere qualcosa di ambientato a Viareggio, ho viaggiato, scritto di altri posti, ma ogni volta che tornavo sentivo una morsa dentro, come un desiderio latente. Erano parole per il posto in cui sono nata, parole forse malinconiche, dolci, arrabbiate, sarcastiche.
C’era qualcosa. C’è qualcosa che non potevo lasciare indietro.

Potrei descriverla come una polvere salmastrosa che si sparge nell’aria della Versilia, spazza via il degrado e spruzza magia.

Non c’è niente di autobiografico in questa storia, ma io sono dentro ad ogni parola.
Sono storie che ho visto, rubato, cercato, inventato.
Mi ha colpito una frase di Erri de Luca in cui diceva che lo scrittore è un ricevitore di storie. Lui non inventa, riscrive tutto in una forma migliore.

In sostanza, ho solo riscritto delle cose.

 

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