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Il mio Brasile

Era il 4 marzo e mentre guardavo Rio de Janeiro attraverso il finestrino dell’aereo, nei pochi istanti  che precedono l’atterraggio, vista così dall’alto la città mi pareva una lingua infuocata. Non ho potuto non provare soggezione.
Lo ammetto, mi sono chiesta un paio di volte cosa stessi facendo. Una corsa in taxi all’interno della città infuocata stremata dal carnevale.
E’ stato proprio in quei giorni, in cui il degrado post carnevale mi ha letteralmente straziato gli occhi, che ho iniziato a sentire attrazione per la violenza con cui questo paese si manifesta e per la dolcezza con cui si fa perdonare.
C’è qualcosa di magico in Brasile, un’ energia e una forza prepotente che nessuna parola accuratamente pescata tra le pagine di un dizionario riuscirebbe a descrivere.
Non ho dubbi quando dico che in Brasile mi sono sentita a casa.

Sono stati mesi intensi, carichi e pesanti.
Imparare un’altra lingua, perdersi tra i bechi di una favela. Incontrare i narcos armati di fucili in piena notte. Camminare a ritmo di spari sopra la testa.
Inventarsi dei lavori,  fare la guida della favela, spiegare ai turisti come si vive là. Spaventarsi un paio di volte.

Ma anche ballare per notti intere fino a rompere le suole delle scarpe.
Le corse sui mototaxi che sfrecciano tra il traffico sono uno dei ricordi più divertenti che ho. Rio de Janeiro è un luogo speciale, ma è a Rocinha che mi sono sentita veramente a casa. 
Mi sono spesso chiesta cosa ci sia di folle in me per decidere di andare a vivere in un posto dove i ragazzini di quattordici anni girano armati, dove si convive con la violenza imposta dalle sparatorie tra polizia e trafficanti e dove se piove forte dieci minuti per uscire di casa devi infilare i piedi nell’acqua fangosa.
Dove l’acqua, la luce, internet funzionano, ma se smettono di funzionare per giorni non puoi prendertela con nessuno.
Ti arrangi. Rocinha: città di polvere e sorrisi.

C’è qualcosa di speciale nell’aria in Brasile, ed è vero, questo paese accoglie, ma bisogna anche essere pronti a farsi accogliere. Bisogna essere pronti a ricambiare il sorriso, a lavarsi con l’acqua fredda e a perdere l’abitudine di buttare la carta igenica nel wc.
Ho lavato a mano i miei vestiti per cinque mesi e non mi è pesato.
Ho indossato per cinque mesi i soliti sei capi stropicciati e induriti e non mi è dispiaciuto.
Non so cosa ci sia di folle in me nell’essermi sentita a casa in un posto dove la spazzatura e il churrasco, (la carne allo spiedo) sostano sullo stesso sullo stesso angolo di strada: dove i due odori quello di griglia e di roba marcita si fondono insieme.
La risposta sta in tutte le volte che ho incrociato gli sguardi di quelli che come me hanno scelto di vivere lì, per un periodo o per sempre, mi sono sentita meno folle, meno sola, meno persa. In molti chiedono perché, non c’è un perché. Ho imparato a lasciare a casa le vecchie abitudini, a perdermi in un posto dove ti devi fidare degli estranei.
A parlare e a muovermi in maniera differente.

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5 Comments

  1. Ciao Chiara, questo racconto mi è piaciuto tantissimo, intriso di emozioni e riflessione. A mio avviso hai reso alla grande la bellezza intensa che questo paese spezzata dalle sue contraddizioni! Complimenti!

    Sara

  2. Ciao Chiara, che articolo carico di emozioni!
    E’ bellissimo… é emozionante vedere il Brasile attraverso le tue parole

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