La favola dark dei fratelli D’Innocenzo

E’ accaduto un piccolo evento, sono riuscita ad uscire dal tunnel delle serie televisive e ho trovato il tempo e l’energia per vedere un vero film, e ho visto la favola dark dei fratelli D’Innocenzo. (spoiler: mi è piaciuto parecchio)


E’ un film che insieme a quello di altri giovani registi come Alba Rohrwacher, Valerio Mieli, Margherita Ferri, è una bella rispolverata per il cinema italiano.
Non starò qui a fare la snob imbruttita del si poteva fare di meglio. No e voglio dire anche questo: che ne voglio ancora di film così.

La storia

“I bambini ci guardano” diceva un vecchio film di Vittorio de Sica. Il tema è sempre quello: dei bambini che ci osservano, sono spettatori delle nostre vite e assorbono frustrazioni, ansie, violenze, costretti ad accettare questa realtà di abusi, come se fosse l’unica possibile.

Siamo a Spinaceto nella periferia di Roma, le protagoniste del film sono tre famiglie. Abitano in un luogo che come quello delle favole ha un nome, ma i contorni sfocati e un cielo che è un coperchio asfissiante.
Si muovono dentro i confini delle loro vite benestanti, fatte di villette a schiera, galleggiano in piscine gonfiabili, hanno macchine familiari e vite medio borghesi, ma si parlano a denti stretti, lanciandosi occhiate di traverso dalle finestre delle loro case.
C’è un altro tipo di miseria che aleggia nell’aria, che ci viene presentata fin da subito con precisione chirurgica. Una miseria morale, mancanza di valori sociali e comunitari.
Le donne hanno ruoli sottomessi, l’uomo si realizza solo attraverso il lavoro e tolto quello, diventa un essere frustrato e violento. La paranoia dell’altro che giudica e la presunta invidia del vicino. Tutto ciò si traduce in attimi di tremori, psicosi e violenze di cui i bambini sono spettatori.

Ecco tutte le cose che mi sono piaciute del film, più una che mi è piaciuta nì:

  • La fotografia è oggettivamente bellissima.
    Ha una luce e una potenza pazzesca, ma non solo, mi sono resa conto che le immagini incorniciano bene quel no sense di cui il film è disseminato
  • La finta passività dei bambini.
    Negli altri film ho visto trattare questo tema spesso da un punto di vista passivo, il bambino osserva in silenzio e soffre, sviluppa patologie psicosomatiche come l’asma (vedi “Vivere” di Francesca Archibugi).
    In questo film invece i bambini pare si muovano in un mondo parallelo dove si rendono conto che c’è un problema e fanno anche domande scomode e pungenti, tipo: c’è qualche problema tra te e la mamma? E nel frattempo, a modo loro, cercano una via di fuga, una soluzione.
  • Il silenzio.
    Il silenzio spesso viene visto come una forma di timidezza, sottomissione, quando in realtà può essere una lama punitiva affilatissima.
    I bambini parlano pochissimo. Ce n’è uno (quello della roulotte) che dirà si e no due battute, in contrapposizione ad un padre che non sta mai zitto, dice un sacco di cazzate e le dice urlando. Il suo è un silenzio molto funzionale.
  • La canzone finale è perfetta.
    E arriva puntuale come un pugno allo sterno. E’ il rifacimento di una vecchia canzone barocca, presa da un album molto bello anche questo. Se avete voglia di ascoltarlo, è questo qui.
  • Elio Germano.
    Rinnovo il mio amore incondizionato per Elio Germano, anche se ultimamente sta prendendo un po’ il filone di quelle parti lì, dell’uomo frustrato e violento.

 

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Chiara Cerri

Sono una fotografa e web writer e vivo a Londra. Se mi cerchi mi trovi in riva al mare o in libreria.

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