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La vita a Rocinha

C’è da dire che più di una voce mi aveva avvertita “all’inizio sarà un impatto forte, preparati”.
Dopo una settimana che ero a Rocinha mi sono detta che quel pasto crudo che mi ero servita da sola avrebbe richiesto una lenta e complicata digestione.
Quanto: settimane, mesi?
 Non lo sapevo.
So solo che poi la digestione è stata più veloce del previsto, ed anzi si è trasformata in assuefazione, ammirazione e amore.

Rocinha è la più grande favela del Sudamerica conta oltre 150 mila abitanti, più di Bergamo per intenderci, è una vera città nella città. O meglio, una baraccopoli nella città.
La sua triste storia è nota (come quella di molte altre favelas) dopo 40 anni in cui il potere è stato in mano ai narcotrafficanti la UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, insieme ad altri nuclei militari ha “occupato” la favela, pacificandola e smantellando il narcotraffico (o quasi).
Da quattro anni la situazione è più tranquilla e la favela è in continua ristrutturazione, sono state costruite diverse infrastrutture come il Complexo Esportivo e la Biblioteca Parque da Rocinha, ma questa decentralizzazione del potere ha anche destabilizzato la comunità e tutti i suoi abitanti.
Ad oggi le mancano ancora i requisiti fondamentali per essere al pari con gli altri quartieri di Rio de Janeiro, come un sistema fognario, l’illuminazione pubblica, l’educazione e la sanità.
Oltre al fatto che gli abitanti spesso subiscono ingiusti abusi di potere da parte della polizia e non si sentono più protetti come quando a governare erano la bande di narcotrafficanti.
Difficile da comprendere, ma comprensibile allo stesso tempo.

Quando nella mia prima settimana di Brasile ero in un ostello un ragazzo cileno mi ha chiesto 
“mas porque?”.
Io so che in modo molto educato intendeva chiedermi: “perché vuoi andare a vivere nella favela?”, anche se credo che fosse più un “sei pazza, perché vuoi andare a vivere nella favela, tu gringa* che vieni dall’Italia?”.
Allora non so se gli ho risposto bene. Ho solo detto “eu sou curiosa”, ma ad oggi non è solo questo: credo che le favelas siano la cosa più interessante di Rio de Janeiro e che le persone della comunità siano migliori di quelle di tutti gli altri quartieri.
L’impatto è forte, ma anche la sensazione che un posto così con questi rumori, odori e colori difficilmente potrai trovarlo altrove.
Mototaxi e motorini che sfrecciano per le vie affollate di gente, baracchini ambulanti, i churrascos* che vanno avanti a cuocere a cielo aperto per ore e ore.
Se alzi la testa vedi una costruzione infinita di piccole case variopinte arroccate una sull’altra, sembrano dei lego, pensi e ti viene voglia di allungare le mani per smontarle e rimontarle.
Poco più 
in basso, tesi sui pali della luce i fili dell’elettricità, a milioni, tutti aggrovigliati l’uno all’altro.

Il pensiero stupido: ma è roba pericolosa questa?
Poi abbassi la testa e ti immergi ancora una volta nel fumo abbrustolito dei churrascos che invade la strada, dei bambini che ti sfrecciano accanto urlando e l’odore di fogna che ti entra nelle narici. Cammini più in fretta che puoi per superarlo, ora giro l’angolo e questo odore non ci sarà più, ma anche se l’odore non c’è più è dura liberarsene.
E poi c’è la polizia a quasi tutti gli angoli delle strade principali, armatissima di pistole e fucili, col dito pronto sul grilletto.
La verità è che Rocinha è una discarica a cielo aperto densa di traffico, ti disgusta e al tempo stesso ti attrae da non poterne fare a meno.
E quando esci dalla favela per andare in altri posti e visitare altre cose, la sensazione che provi è che la stai tradendo, che ti stai recando nella parte della città che la sta discriminando per la sua povertà, per poi ritornarci contento di respirare ancora quegli odori. Che ormai ti appartengono.

Ps:
*Gringo è un termine latino americano usato per riferirsi agli stranieri che hanno una diversa cultura
*Churrasco è un piatto tipico del sud del Brasile a base di carne cotta alla brace 

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