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L’Arte del Kintsugi (e quella di riparare le cose)

[Attenzione Spoiler in arrivo]

Ho visto un film dal titolo The Repairman, il protagonista in pratica è un tipo inadatto alla vita (o forse è talmente adatto, che la vita stessa gli sfugge di dosso), sfigato, cammina male, non si tromba neanche una donna. Ingegnere non laureato, passa il tempo per lavoro e diletto a riparare le cose. Principalmente macchine da caffè e lo fa anche con una certa bravura.
Poi incontra una donna inglese che (non si sa per quale oscura ragione del fato) si innamora di lui. E lei è perfetta: bella, talmente paziente, dolce, comprensiva, complice, comunicativa, accontentevole che ti viene da odiarla perché una donna così non è possibile che esista o se esiste c’ha la magagna sotto. E infatti. Lo molla sul più bello nel modo più schifoso che c’è.
Tutto questo spoiler è per dire che nel finale lui, Scanio, si tira fuori dalla delusione con la rapidità di un giaguaro e lancia una saggezza degna di nota.
Ma perché bisogna per forza riparare le cose? Perché non lasciare le cose rotte come sono?

La mania di volere le cose perfette, non sapere vedere il bello nel danno è tutta occidentale perché in Asia hanno l’Arte del Kintsugi (letteralmente significa “riparare con l’oro”) in pratica quando si rompe qualcosa non lo buttano via, ma ci colano l’oro, così l’oggetto diventa ancora più prezioso.
E’ una metafora bellissima per me, perché ho sempre pensato che i danni siano più interessanti di una qualsiasi aspirazione alla perfezione. Tutti prima poi ci rompiamo in mille pezzi e ci ricomponiamo raggiungendo una nuova interezza.

Quanto dura, questo non lo so.

 

 

 

 

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