AsiaIndia

L’uomo-bambino di cui non ricordo il nome

Eccolo qui. Un altro uomo-bambino.

Qualche giorno fa ci aveva accompagnate durante il giro a cavallo, lui, di cui non ricordo il nome insieme a Lucky.
Lucky ha 31 anni, ha la faccia rossa e storta, rovinata dalle cicatrici, l’alito che sa di alcol e i vestiti lerci, talmente tanto che pensi puzzi più lui dei cavalli. E mi dico: ha un nome che è un paradosso.
Si chiama Lucky che in inglese vuol dire fortunato.
Lui racconta con orgoglio che questo nome glielo ha dato sua madre quando è nato, poi però dice che i suoi genitori non ci sono più da tempo. Tutto il paese quando lo vede passare lo saluta con affetto e lui rimanda saluti al sapore di alcol, però quando vede i bambini si illumina, ci gioca, ci parla, ci scherza. Dice di avere accolto a casa sua due bambini orfani.
Lucky mi dice tante cose in un inglese strampalato e non sai se le cose che ti racconta sono frutto della sua immaginazione o causate dai fiumi di alcol. Però ti dici, quelle cicatrici e quel corpo provato una storia ce l’avranno e allora poco ti importa della forma con cui la storia esce dalla sua bocca.

L’altro è l’uomo-bambino (quello della foto) e sempre dalla bocca di Lucky conosco la sua storia.
Il padre è morto alcolizzato e la madre forse non se ne occupa più, perché lui vive in una casa famiglia e quando può va a stare da Lucky. Dice che va a scuola, anche se io lo vedo tutti i giorni trainare cavalli. Dice di avere 15 anni, ma io gliene do poco più di 10. Lo sguardo no, è di un trentenne di quelli con la faccia indurita dal tempo.

Questa mattina stavo seduta su una panchina al sole ad un certo punto arrivano Lucky e  l’uomo-bambino, Lucky come sempre si intrattiene con la gente, l’uomo-bambino invece si siede accanto a me, tiene la testa bassa e il frustino dei cavalli che fa ruotare in una mano.

Non so dire per quanto tempo siamo stati accanto in silenzio.
Lo guardavo con la coda dell’occhio, aveva il naso che colava di moccio e i vestiti lerci, gli stessi di una settimana fa. Avrei voluto tapparmi il naso per non sentirne il puzzo.
Poi ad un certo punto si gira verso di me, mi guarda serio e mi fa in un inglese storpio:
“vuoi della droga?”.

Alle 11 di mattina, in questa piazza colorata di turisti, paesani e monaci questo bambino di 10 anni presunti mi chiede se voglio comprare della droga da lui.

Non so neanche se sono stupita. Anche questa è India, dove il giusto e lo sbagliato si mischiano insieme formando situazioni astratte da cui non riesci a trovare l’ uscita.
Gli dico di no.
Lui abbassa la testa per un attimo e mentre avrei voluto pulirgli il naso con un fazzoletto e abbracciarlo, lo vedo già avvicinarsi ad un altro ragazzo, su un’ altra panchina.

Mi chiedo se è giusto pubblicare la sua foto e scrivere della sua storia. Probabilmente per alcuni no, ma forse per ogni bambino occidentale che si lamenta di ogni regalo mancato una di queste storie ha il diritto di essere letta.

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lovetheshoot

1 Comment

  1. E’ un articolo davvero bellissimo questo. E anche doloroso.
    Non credo di essere pronta oggi ad un viaggio come questo che stai vivendo tu.
    Per il momento lo vivo attraverso le tue sensazioni… ti seguo tanto.
    Un abbraccio!

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