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Milano è una bottega

 

 

Immaginatevi una stanza in cui una ventina di persone sono sedute a semicerchio in attesa di esporre i loro progetti narrativi.
Romanzi, racconti, raccolte di racconti, autobiografie.
Dopo mezz’ ora c’è chi si è già sfilato le scarpe e ha inforcato le ciabatte. C’è chi sta in ciabatte con le calze a righe.
C’è chi ha già il computer davanti e ci sbatte sopra i polpastrelli.
Chi è a braccia incrociate e non ha bisogno di leggere o prendere appunti.
Chi è emozionato e chi arriva in ritardo.
Chi conosce una quantità di autori a cui forse arriverei, nella migliore delle ipotesi, con tre reincarnazioni.Che dico. Non venti, siamo circa una trentina, divisi per gruppi.

Il numero non è importante.
Quello che conta è che questa gente è qui per esporre una cosa venuta fuori dalla propria immaginazione e lo fa con l’atteggiamento di chi pensa abbia un senso. Quando un senso non ce l’ha [cit. Vasco, ahimè].
Mi era piaciuto subito il nome, ho pensato che in giro ci sono varie scuole, corsi, scuolette di scrittura, ma di botteghe non ne ho mai sentito parlare.
Ed è una cosa interessante, perchè  la parola rimanda ad un qualcosa di artigianale, un posto dove si scolpiscono le cose con le mani, dove si lavora per mettere insieme i tasselli, uno dopo l’altro, della propria opera. Il rumore di un martelletto che picchia sul muro come quello delle idee che rimbalzano da un capo all’altro della nostra mente.
E poi bottega mi sa di un posto dove riporre le cose, gli scritti, le idee. Laggiù tra gli scaffali, una bottega che ha cura delle idee.
Ho pensato anche che ad un certo punto bisogna trovare un posto dove far crescere le proprie passioni. I propri talenti, o per meglio dire, le nostre ossessioni.

C’è bisogno di un indirizzo civico per dargli una benedetta collocazione spazio temporale.
Io la residenza della mia ossessione l’ho messa alla bottega a Milano, dove ci sono i calzini a righe e i cioccolatini. E anche i pranzi cinesi.

E dicevo, tutti seduti ascoltando e aspettando di esporre il proprio progetto.  Queste persone hanno fermato la loro vita per un week-end, hanno preso treni, aerei, autobus, hanno affittato case, hanno dormito in ostelli. Tutto per vedere le loro idee prendere vita, non idee scientifiche, non progetti di business, ma idee narrative: personaggi, trame, intrecci, monache insonni, figli nati per sbaglio, ospedali psichiatrici.
Immaginazione che prende forma.
Io ho trovato che fosse una cosa meravigliosa. Mi sono anche un po’ emozionata a farne parte.

Per noi italiani Milano è una città seria, dove ci sono le scale mobili e tutti corrono, dove c’è lavoro, dove si va in cerca di fortuna.
Per noi bottegari è la culla di un fine settimana chiuso in una stanza, ore interminabili a discutere di storie che non esistono, forse esisteranno. Ad infilarci curiosi tra le righe delle storie altrui, a consigliarne risvolti. Ritrovarci a pranzo a scambiare parole e pensare questo qui mi capisce. E’ uno che fa quello che faccio io.
Per me Milano è stata quei dieci minuti prima delle nove in cui mi sono bevuta un caffè di corsa in bar e il riflesso di una sole mediterraneo che mi mancava da tempo.

Stazione di Milano, dieci minuti e sei in bottega.

 

Ciao, sono una fotografa e web writer e vivo a Londra. Se mi cerchi mi trovi in riva al mare o in libreria.

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