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Namaste Nepal

Quarto giorno a Varanasi.
No quinto. No quarto. Non lo so, in realtà ho perso la cognizione del tempo, non passa un giorno che chieda ai miei compagni di viaggio ma oggi è mercoledì o giovedì? Quanti ne abbiamo?
Succede quanto ti catapulti in realtà diverse, fusi orari, cambi di alloggi, viaggi in autobus interminabili e ti perdi in mezzo al tempo che scorre, anche se sotto sotto non è che te ne fregha niente di che giorno è.

Insomma oggi è un po’ che sto a Varanasi, sono sulla terrazza della guest-house con il traffico indiano che ancora fa eco nelle mie orecchie. Non fa eco: rimbomba.
Voglio scrivere qualcosa sul Nepal, perché se aspetto ancora un po’ tutto quello che sto vivendo in India si risucchierà i miei ricordi.
Ho lasciato il Nepal da poco più di una settimana, ma sembra una vita.

Ecco questo volevo scrivere prima di tutto. Attraversare un confine a piedi è una cosa unica.
Fai tre passi e ti trovi in un’altra nazione, ti giri e alle tue spalle lasci un paese spirituale e accogliente, disastrato, polveroso e povero. Attraversi Sonauli terra di nessuno ed entri in India: l’amplificazione di tutto.
Caos all’ennesima potenza.

Traffico e polvere raddoppiano, come le mani e le voci che cercano di venderti corse in risciò, cibo di strada, guide, sciarpe, compagnia,  qualsiasi cosa tu voglia.
Un canguro australiano per me in India te lo trovano.

Il Nepal mi ha stregata per la sua solennità e ammutolita per la spiritualità che emana.
Brividi a fior di pelle per chi come me spirituale lo è sempre stata.
Kathmandu è un groviglio di veicoli che sputano smog in cui ti devi armare di mascherina per far sopravvivere le tonsille, in cui puoi incrociare uno stupa mentre cerchi di sopravvivere indenne attraversando una strada.
E’ a Matatirtha a Pokhara e nel Chitwan che mi sono sentita veramente sul tetto del mondo, ai piedi dell’ Himalaya dove a pochi passi convivono l’aria di montagna e quella più inquinata del paese.

Salire in cima a Boudhanath il più grande stupa del Nepal e guardare l’infinita varietà di gente passare.
Monaci, buddisti, religiosi, nepalesi, colori, forme e odori.
Il rito di far girare le ruote per avere la benedizione, tre giri in senso orario intorno allo stupa.
Il Nepal è un paese in cui convivono pacificamente religioni come induismo, buddismo, islamismo e cristianesimo in un magma di tolleranza, silenzi e sorrisi.
Come quelli dei nepalesi per strada.
Mi mancano un po’ ora che sono in India del nord e devo farmi strada tra la diffidenza e il cuore aperto, anime dal karma buono e imbroglioni.

Mi dice lei mentre siamo sedute fuori dalla scuola, ma tu sei religiosa?
Io no, odio i dogmi ma credo nell’anima, nei cicli della vita e che la morte non esiste è solo un transito. Allora credi, dice lei.
Nanae conosciuta al Bright Horizon che mi ha regalato un braccialetto col mio nome e cognome.
Scriverò più avanti di storie viste in Nepal.

Per adesso ho l’ennesimo fried rice e masala tea da ordinare.
Namaste.

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