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Se Madrid fosse una donna

C’era questo gioco folle che facevo di umanizzare le città che visitavo e immaginarle sotto forma di donna.
New York per esempio è una bella donna sulla cinquantina con una treccia di capelli bianchi avorio portata di lato, enormi orecchini d’oro, un tempo  nata da madre norvegese e padre svizzero, è magrissima di quella magrezza altolocata di chi mangia tanto ed evapora il cibo nell’aria, come il fumo delle sigarette. Cammina per le vie fumanti della città con la stessa convinzione che quella città le si è cucita addosso negli anni, insieme ai mattoni dei palazzi vecchi e al grigio dei grattacieli che sfida con la sua statura da vichinga.

Parigi invece è una cantante lesbica, coi capelli rasati stile Sinead O’Connor, ha il viso dai lineamenti tanto perfetti che se la guardi ti fa male, porta solo jeans e t-shirt rotte e esce solo di notte perché quando il buio le mangia le costole si sente più protetta. Nei locali nascosti dai tombini canta canzoni francesi, dedicate alle donne che ha amato e sogna due occhi grandi come i suoi da guardare.

Roma è una ragazza madre di trent’ anni, nata e cresciuta nella capitale di provincia, ha duemila amici su facebook ma la sera cena sempre sola, orfana di padre e di madre folle.  Cammina sculettando sui sampietrini con i tacchi alti e la minigonna come se fosse sulla pista di decollo di un aereo che la porterà lontana. Odia dove vive, ma non è mai uscita dai confini del raccordo anulare, la sera accarezza orgogliosa la testa di sua figlia come se fosse l’unico tesoro rimasto al mondo.

Istanbul ha gli occhi grandi di petrolio e i capelli corvino stretti dentro ad un foulard rosso che le copre la nuca.
Si muove decisa dentro i jeans e prega ogni mattina di diventare un bravo medico, cammina coi libri di anatomia sotto braccio e si lascia alle spalle il blu di promesse del Bosforo.

Rio de Janeiro è una surfista dal viso duro, la pelle scura e spellata come di squame e uno sfregio che parte dall’orecchio e arriva a metà guancia. Oggi veste solo t-shirt dei Guns n’Roses e odia la samba. Da grande vuole che quel culo sodo la porti a cavalcare le onde delle Hawaii.

Lisbona è una ballerina di danza classica che cammina con le punte nello zaino e i piedi ancora sporchi di pece, le dita rotte dal troppo lavoro che sporcano i calzini di sangue. Sale e scende per le vie della città e gira su se stessa a ritmo languido del Fado, ha il viso pallido, ma gli occhi profondi e scavati dal tempo. Odora di fiori rosa e mangia sardine con le mani tremanti.

Madrid è una puttana, l’ho capito appena l’ho vista. Ma non una puttana di quelle noiose.
Madrid è una puttana di quelle intelligenti, Lucio Dalla direbbe “una di sinistra e che non parla male”. Si mette lo smalto rosso sui piedi e esce di casa solo con gli occhi truccati di nero, così tanto nero che non riesci a intravederne i contorni, ma ti incollano al suo viso.
E’ una che ascolta jazz e parla solo con chi le piace. Nei locali balla musiche latine con gli sconosciuti e si struscia con la consapevolezza che quel corpo è un dono. Le piace vestirsi da gitana, ma ha l’animo di una manager che monetizza ogni centimetro della sua pelle e sa che un giorno tutto questo dovrà finire.

 

 

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