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Un “Blue Tornado” di emozioni: la mia esperienza al corso di meditazione Vipassana

Durante il mio viaggio in India ho deciso di andare a fare il corso residenziale di Meditazione Vipassana, principalmente per due motivi: il primo, è che avevo voglia di immergermi in una tecnica di meditazione vera e propria. L’ho sempre combinata con lo yoga, ma non è mai stata una meditazione vera e propria, più una specie di rilassamento guidato.
Esistono un sacco di tecniche di meditazione, ma quale scegliere? Credo che bisogna sperimentare, come in ogni altra cosa.

Allora dici, perché Vipassana?

Perché come ho detto ero in India, perché è la tecnica di meditazione indiana più antica ed è stata scoperta da Buddha (essere per il quale ho una certa stima) e bla bla.
No, non vi farò un sermone per spiegarvi di cosa si tratta.
Se veramente vi interessa potete scrivere su Google: “Meditazione Vipassana” e vi compariranno una marea di notizie e saranno scritte in una forma molto più tecnica e approfondita di come potrei fare io. Oppure, se veramente vi interessa, potete leggere qui.

Dicevo, il secondo motivo.
Il secondo motivo è perché questo corso è gratis, non c’è nessun costo fisso, ma si basa su una donazione finale. Donna materialista e scroccona, ti dirai.
Può darsi, ma ho pensato ad una cosa: come mai è gratis?
Oggi niente è gratis, quasi l’aria che respiriamo ha un costo. Ogni cosa, e se qualcosa ci viene offerta siamo abituati a pensare che ci sia qualcosa sotto.
Perché mi offrono questa roba, che c’è sotto?
Qui vi offrono vitto, alloggio e un corso di meditazione senza costo fisso, il vero motivo lo scoprirete andando a fare il corso.
Pensate a questo però. Pensate ai cani randagi, ai bastardi che si siedono davanti ai ristoranti e aspettano che a fine serata delle persone escano dalla porta secondaria e gli tirino qualche avanzo: un pezzo di bistecca mangiucchiata, una pagnotta indurita, una foglia di insalata. Non importa che roba è, per quei cani sarà roba buonissima.
Quando ero a Vipassana, mi sono sentita spesso come quei uno di cani randagi, perché ogni cosa che mi circondava era un regalo: il pugnetto di riso bianco con la zuppa era buonissimo per riempire il mio stomaco alle 11 di mattina, il riso più buono mai mangiato. Il secchio per lavarmi conteneva l’acqua più calda con cui mi sia mai lavata. Il letto della mia stanza era il più comodo in cui ho mai dormito.
E così dicendo.

Questa è matta, dici. Non proprio, questa è una metafora, ma te ne rendi conto solo andandoci, ti rendi conto di quanto il fatto che sia gratis faccia parte dell’insegnamento.
Si impara ad apprezzare, in silenzio, quello che ci viene dato, come i bastardi apprezzano il loro osso alla fine del giorno.

Vado al Vipassana portandomi dietro un sacchetto con tutti i pregiudizi e le leggende metropolitane che mi hanno raccontato su quanto questa esperienza sia devastante, impossibile, impraticabile: soffrirai la fame, patirai il freddo, te ne andrai il terzo giorno, il quarto giorno è il più complicato, l’ultimo giorno vedi il tunnel bianco coi fiorelini, stare in silenzio 10 giorni non è umano. E via così.
Vi dico una cosa: non credete alla gente. Fate un po’ come vi pare per una volta nella vita.
Le esperienza vanno provate sulla propria pelle.
Così ho buttato il sacchetto ancora prima di entrare, credo ci sia una discarica di sacchetti davanti ad ogni entrata di ogni centro Vipassana di tutto il mondo. Sono i pregiudizi e le paure della gente.

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Non è stata una passeggiata. E’ veramente un’operazione sulla vostra mente (come la chiamano lì), ma anche di più: è una vera liposuzione in cui per 10 giorni le vostre emozioni saliranno su delle montagne russe che in confronto il Blue Tornado è una giostrina.
Se i primi tre giorni ero in lotta con la mia mente, cercando, ogni volta che fuggiva (ogni mezzo minuto circa) per viaggiare negli eventi del passato e tra i desideri del futuro, di riacchiapparla per poter mantenere la concentrazione.
Mi arrabbiavo, ero nervosa. Un giorno sono uscita fuori dalla sala nelle ore in cui è obbligatorio stare dentro, sono andata a camminare nel vialetto, una delle volontarie mi ha seguita come per dirmi torna dentro, ma avevo la testa che mi fumava e avrei voluto urlare o picchiare qualcuno.
Dopo dieci minuti è passato, è la realtà dell’ impermanenza. Anicca, come la chiama Mr. Goenka.
Nei giorni seguenti non mi sono più arrabbiata con me stessa, ma ho imparato ad osservare la rabbia e anche i giri delle emozioni.

Quindi se i primi giorni avevo problemi con la mente, durante i giorni a metà soffrivo per i dolori. La pesantezza alla schiena e il bruciore che senti percorrerti le ginocchia quando stai seduto per tanto tempo a gambe incrociate.
Ma anche lì, ho imparato ad osservare quei dolori e a scoprire che passano dopo un po’. Tutto passa.

Se il codice di disciplina del corso (per intenderci: questo) lo vedi come una punizione o una prigione non potrai mai arrivare alla fine del corso. Invece è un regalo. Sono quelle 11 albe che ti vedi ogni mattina. Io nella mia esperienza ero in India, in un luogo in cui mi pareva di essere lontana da tutto, anche dall’India stessa.
Stare senza apparecchi era la mia paura più grande. Scandiamo le nostre giornate trastullandoci con aggeggi di cui pensiamo di non poter fare a meno, a nasconderci dietro accessori che pensiamo diano valore alla nostra personalità.
E’ stata una sorpresa scoprire che il cellulare, il computer, la macchina fotografica, i libri non mi mancavano.
Mi mancava scrivere, ma scrivevo pagine mentali ogni notte. Mi scrivevo sulle mani e sui biglietti del treno, anche se non potevo.

La cosa più difficile a mio parere non è il corso, ma è continuare, portare Vipassana nella vita di tutti i giorni. Applicarla fuori dal centro.

Se qualcuno fosse interessato a fare questa esperienza sappiate che ci sono centri in tutto il mondo.
In Italia ce n’è solo uno —> http://www.atala.dhamma.org/pub/centro.php

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