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Un pomeriggio dentro al Complexo do Alemão

Il Complexo do Alemão  non è una favela è un vero e proprio quartiere nella zona Nord di Rio de Janeiro, per molti anni considerato uno dei più violenti e pericolosi.
Composto da circa 13 comunità e 300.000 abitanti.
Erano settimane che volevo andare a visitarlo ma ancora non si era presentata l’occasione.
Più volte una guida locale di Rocinha che organizza visite guidate alle favele circostanti mi aveva proposto di andare, ma l’idea di visitare una favela come un safari tour e guardarla col binocolo dall’alto un po’ mi da fastidio.

Così una domenica pomeriggio io e Damian, un volontario svizzero, ci siamo recati a visitare la favela da soli.
Appena saliti su teleferico (per arrivare in cima al complesso sono 5).
Damian mi dice “è come essere a casa”, perché la sensazione è come quella di andare in montagna solo che mancano gli sci e siamo ad una trentina di gradi sopra.
Mentre guardiamo stupefatti il “panorama” delle case acciottolate dall’ alto il ragazzo seduto accanto a noi inizia a parlare e a farci domande.
Si chiama Webert e ha diciotto anni. Poco più avanti scopro che è di lontane origini italiane e sua madre ha vissuto per molti anni in America, ma lui non parla una parola di inglese e di italiano per questo è così incuriosito da noi.
Arriviamo in cima alla favela e Webert non ci molla.
Senza neanche accorgercene inizia a farci da guida: ci mostra tutti i punti panoramici, ci fa vedere dall’alto la sua casa, ci racconta di quando il traffico aveva in mano la favela e parla un po’ anche della sua vita: ha deciso di vivere da solo insieme ad un amico e lavora come commesso nel negozio Lacoste di Barra Shopping.

E’ un flusso di parole in portoghese che io – e sono sicura anche Damian dalla faccia che fa- a volte stento a capire.
Decidiamo di scendere e fare un giro per le strade, Webert anche qui non ci molla e ci dice che di giorno è possibile stare in strada senza pericolo ma di notte è molto pericoloso, ci sono continue sparatorie tra trafficanti proprio nella via dove camminiamo.
Eravamo un po’ diffidenti all’inizio nei confronti di Webert: le possibilità di finire nelle mani sbagliate (o giustissime) a Rio de Janeiro sono infinite.
Qui è completamente differente da Rocinha, c’è più tranquillità, le strade sono ampie, la spazzatura, no, quella non manca mai, alcuni bambini vanno in giro trascinandosi container per vendere bottiglie d’acqua e se fai foto tutti si mettono in posa.
Ci guardano  con curiosità perché di “turisti” che girano dentro la favela se ne vedono pochi.
Ancora una volta mi chiedo che cosa è che spaventi così tanto della gente della favela.

Webert ci porta a conoscere il Barraco 55 un centro di arte e ricerca, uno spazio dove a rotazione artisti, ricercatori o semplici volontari operano ed espongono i loro progetti.
Attualmente c’è una mostra fotografica all’interno.
Conosciamo prima Edu ed Ellen ideatori del progetto, marito e moglie, e poi tutti gli ospiti del Barraco, siamo nel centro nevralgico del mondo o in una favela?
Ci sono una messicana, un africano, un’ argentina e un olandese.
Facciamo una tavolata e ancora una volta ci raccontano della situazione notturna, drammatica: perché non c’è tanto da aver paura dei trafficanti ma, al contrario, della polizia.
Che spara. A chiunque si trovi in prossimità di un trafficante.
Sparano a normali abitanti scambiandoli per trafficanti.
Che senso abbia questa carneficina è un quesito che mi galleggia nella testa senza trovare risposta.
Quando arriva la sera io e Damian, come cenerentola prima della mezzanotte- in questo caso prima degli spari- ce ne andiamo a casa.
(E lasciamo Webert con un lungo abbraccio)

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