Storie di expat

Vita da expat: la storia di Elisa e del suo ostello ecologico a Panama

Ben 12 anni orsono visitai Panama per la prima volta.
Mi innamorai di una sconosciuta località del Pacifico, Las Lajas, e il mio cuore rimase lì, sospeso tra una spiaggia infinita ed i suoi incredibili tramonti. Feci la pazzia, avevo solo 24 anni e credevo nei sogni, spesi tutti i miei risparmi in un terreno.
Alla fine della vacanza decisi che avrei vissuto per sempre nella mia spiaggia. Tra le lacrime giurai alle onde che sarei tornata presto, per non andarmene mai più.
Ed io sono una che le promesse le mantiene, costi quel che costi, infatti sono ancora qui nel mio bel paese tropicale, a lottare con le unghie e con i denti per realizzare i miei sogni.

Sono in molti a credere che mollare tutto e andarsene ai tropici sia il paradiso, per certi versi lo è, ma è anche estremamente difficile da realizzare.
Ci vuole passione, forza, determinazione e anche una buona dose di sana pazzia. Nel 2007 iniziai con il mio ex un piccolo chiosco chiamato La Spiaza, dove cucinavo per la delizia dei pochi turisti stranieri che non ne potevano più di riso e pesce strafritto.
Grazie all’aiuto della mia famiglia decisi di cominciare le costruzioni: avevo grandi progetti, un ristorante con il mio appartamento al piano superiore e alcuni bungalows per gli ospiti, ma la realtà non aspettò molto a prendermi a schiaffi.
Il costruttore non sapeva costruire, fece disastri e finì per sparire con i pochi soldi che mi rimanevano.
Pensavo che il soggiorno in tenda durasse due o tre mesi nella stagione secca, invece durò due lunghissimi anni, in cui imparai moltissime cose della vita, curai la mia aracnofobia, feci amicizia con i serpenti e provai per la prima volta cosa volesse dire essere letteralmente alla mercè degli elementi. In effetti riuscimmo a superare diverse tempeste tropicali che inondarono completamente il terreno, dormendo su un materasso zuppo d’acqua.
Riuscimmo persino a non morire fulminati quando i fili elettrici scoperti finirono sottacqua e la nidiata di fer-de-lance sotto la tenda ci prese in simpatia ed evitò di morderci.
Nella stagione secca le cose non andavano male, la mia cucina piaceva e i clienti non mancavano, ma ogni volta che si riusciva a racimolare abbastanza soldi per andare avanti con i lavori di costruzione, il costruttore di turno o faceva disastri o scappava con il malloppo. Molte volte mi ritrovai a passeggiare lungo la mia spiaggia, mischiando le lacrime alle onde, pregando di non aver mai messo piede in quel posto incantato. Rimanere mi costò parecchio: il mio ex tornò in Italia, io diventai vegetariana e smisi di cucinare, chiusi perfino il mio blog.

E poi è nato l’Hospedaje Ecologico Nahual

Nel 2011 mi resi brutalmente conto che l’energia idroelettrica, che avevo sempre considerato pulita, è in realtà un attentato contro la natura.
Gli indios Ngabe Bukle, che vivono nell’omonima regione a nord della spiaggia, lottarono duramente contro questi progetti e contro le miniere a cielo aperto. Vedere quelle donne con i loro bambini sulle spalle rischiare le loro vite per difendere la natura mi segnò profondamente.
Chiusi definitivamente il progetto La Spiaza dalle cui ceneri nacque l’Hospedaje Ecologico Nahual, dove cerchiamo di essere un esempio di turismo e stile di vita ecologico low cost. Un’utopia, creare dal nulla un progetto che unisce il turismo all’ecologia senza un grosso capitale alle spalle. Presto sarà il mio trentasettesimo compleanno e ancora non ho lasciato indietro i miei sogni, ancora mi batto contro i mulini a vento.
Grazie a questa esperienza ho tanti nuovi progetti e una piccola certezza: se lotti per realizzare i tuoi sogni e sei disposto a tutto per farcela, ce la farai.

 


 

1 Comment

  • Reply
    Diego
    Dicembre 29, 2018 at 4:45 pm

    wonderful experience! i’d like to be brave like you… well done elisa

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